LA POESIA NON E'.....

"La poesia non è un abito da sera, ma un paio di comodi jeans.
Con i versi si può giocare, le parole si possono maneggiaree usare come una cosa di tutti i giorni.
Senza soggezioni né accademia.
E allora si impara a conoscere meglio se stessi e il mondo."

martedì 5 gennaio 2010

Mio Padre


Mi piace immaginarlo, così..
mentre passeggia in sulla riva del mare all'alba
e al tramonto
che lui amava tanto....

<

......"Anch'io, oggi, ritorno a casa".
Poi, melanconicamente:
"E' molto più lontano è molto più difficile"
Mi sentii gelare per il sentimento dell'irreparabile. E capii che non potevo sopportare l'idea di non sentire più quel riso. Era per me come una fontana nel deserto. "Ometto voglio ancora sentirti ridere"
[...]E rise ancora. Poi ridivenne serio.
"Questa notte sai, non venire".
"Non ti lascerò".
Quella notte non lo vide mettersi in cammino. Si era dileguato senza far rumore. Quando riuscì a raggiungerlo camminava deciso, con un passo rapido. Mi disse solamente:
"Ah! Sei qui"
E mi prese per mano. Ma ancora si tormentava:
"Hai avuto torto. Avrai dispiacere. Sembrerò morto e non sarà vero"
Io stavo zitto.
"Capisci? E' troppo lontano. Non posso portare appresso il mio corpo. E' troppo pesante".
Io stavo zitto.
"Sarà bello, sai. Anch'io guarderò le stelle. Tutte le stelle saranno dei Tutte le stelle mi verseranno da bere"
Io stavo zitto.0
"E' là. Lasciami fare un passo da solo".
Fece un passo. Io non potevo muovermi.
Non ci fu che un guizzo giallo vicino alla sua caviglia. Rimase immobile per un istante. Non gridò. Cadde dolcemente come cade un albero. Non fece neppure rumore sulla sabbia.
( da "il piccolo principe").....

lunedì 4 gennaio 2010

Poesia_ Analisi del testo

Metodologia e Didattica per l'analisi di un testo poetico






ANALISI DEL TESTO
LE FASI DI LAVORO
1) Scheda della poesia (percezione globale)
2) Verifica e/o consolidamento dei prerequisiti
3) 1° lettura: contenuto, in generale, della poesia
4) 2° lettura: spiegazione, sul testo, dei termini non
noti (consolidamento/ampliamento del lessico)
5) 3° lettura: analisi formale (le rime, la struttura, le
figure retoriche, il linguaggio…)
6) parafrasi
7) verifica della comprensione ed eventuale modifica
dell’ U.D.
AUTORE : Ugo Foscolo (∴1778 – =1827)
TITOLO: A Zacinto
OPERA: I sonetti
TIPO DI COMPONIMENTO: sonetto (2 quartine – 2 terzine)
ARGOMENTO: L’esilio di Foscolo.
Il poeta sa che non potrà mai più tornare
nella sua isola e morirà lontano, dove nessuno potrà andare
a piangere sulla sua tomba.
PATRIA = è il luogo in cui siamo nati (es. per noi la patria è l’Italia).
Nell’ ‘800 era molto
importante: la patria si amava molto, anche perché spesso era governata
dagli stranieri (in Italia comandavano gli austriaci e i francesi…)
(Ricordati Storia)
ESILIO = vuol dire essere costretti (obbligati) a vivere lontano dalla patria, dal posto in
cui sei nato.
Devi vivere in un altro paese perché non sei d’accordo con il
governo.
(La patria di Foscolo è Venezia, lui non può più tornare.

L’isola di Zacinto
adesso è della Grecia, una volta apparteneva a Venezia)
OMERO = è il nome di un antico poeta della Grecia.

Omero scrisse un’opera (L’Odissea)
che racconta la storia di un uomo: Ulisse.
Ulisse non riuscì a tornare nella sua patria per molti anni perché il FATO
(=destino) non lo lasciava.

Così per molti anni Ulisse restò in mare con la sua
nave ed i suoi compagni.
Ulisse = Foscolo esilio.
CHI SCRIVE : Ugo Foscolo
CHI PARLA (io): Ugo Foscolo
A CHI PARLA (tu): A Zacinto, la sua patria
RICORDA !!!
A Zacinto
Questa poesia è un sonetto. Fu composto (scritto) da Ugo Foscolo tra l’agosto del 1802 e
l’aprile del 1803.
Il sonetto è dedicato all’isola dove il poeta nacque (=è nato).

L’isola si chiama Zante, ma in questa poesia il poeta la
chiama ZACINTO , che è l’antico nome greco.
A ZACINTO
A Zacinto
Non potrò mai più tornare in quella terra ( isola ) sacra dove sono nato,

o Zacinto mia, che sei un’isola che si specchia
nelle onde del mare greco.
Né più mai toccherò le sacre sponde
ove il mio corpo fanciulletto giacque,
Zacinto mia, che te specchi nell’onde
del greco mar da cui vergine nacque
Venere, e fea quelle isole feconde
col suo primo sorriso, onde non tacque
le tue limpide nubi e le tue fronde
l’inclito verso di colui che l’acque
cantò fatali, ed il diverso esiglio
per cui bello di fama e di sventura
baciò la sua petrosa Itaca Ulisse.
Tu non altro che il canto avrai del figlio,
o materna mia terra; a noi prescrisse
il fato illacrimata sepoltura.
sponde= rive del mare
giacque= verbo giacere - stare
fea = verbo fare - fece
limpide= chiare, bianche
inclito= nobile, bello
feconde= ricche
non tacque= non tacere=parlare
fronde= rami, foglie
fatali= da FATO= destino= qualcosa
che è più grande e più forte di noi,
che decide della nostra vita e delle
cose che ci succedono
cantò= raccontò nella sua poesia
acque= il mare
sventura= sfortuna
esiglio= esilio
petrosa= rocciosa, con
tante pietre
canto= poesia
fpigrelisoc r=is Fseo=sc oorldoi nò
illacrimata= senza lacrime, senza nessuno
che possa andare a piangere sulla sua tomba.
sepoltura= tomba
sacre= perché è nata la dea
Venere
diverso= per
tanti posti
diversi
In quel mare ( di Grecia ) è nata la dea Venere che con il suo sorriso ha reso le terre dell’isola piene di piante e fiori.
Per questo motivo il poeta Omero, nella sua poesia nobile ( Odissea ) ha parlato dell’isola di Zacinto, delle sue nuvole
bianche ( il cielo è sereno ) e delle sue piante e dei suoi fiori.
Omero ha anche raccontato la storia di Ulisse, che ha dovuto viaggiare moltissimi anni sul mare, senza riuscire a tornare
a casa.
Ulisse ha vissuto in esilio ( lontano dalla sua Patria ) per tanti anni, poi è riuscito a tornare a baciare la sua terra ( Itaca ),
dove c’era la sua casa e la sua famiglia.
Tu, Zacinto, avrai soltanto le poesie del tuo figlio ( Foscolo ) che non potrà tornare.
Il destino ha deciso che Foscolo non potrà mai più tornare nella sua isola e quando morirà verrà sepolto in una nazione (
Stato ) * straniera, sulla sua tomba nessuno potrà andare a piangere.
* N.B. – Ricordarsi Storia : il Risorgimento, l’importanza del concetto di patria.
ANALISI FORMALE
LE RIME - LA PARAFRASI
1a parte
Né più mai toccherò le sacre sponde A
ove il mio corpo fanciulletto giacque, B
Zacinto mia, che te specchi nell’onde A
del greco mar da cui vergine nacque B
Venere, e fea quelle isole feconde A
col suo primo sorriso, onde non tacque B
le tue limpide nubi e le tue fronde A
l’inclito verso di colui che l’acque B
cantò fatali, ed il diverso esiglio C
per cui bello di fama e di sventura D
baciò la sua petrosa Itaca Ulisse. E
2a parte
Io non toccherò mai più le sponde sacre
dove il mio corpo bambino è stato,
o mia Zacinto, tu che ti specchi nelle onde
del mare di Grecia dove è nata vergine
la dea Venere e ha fatto diventare quelle isole
[ricche
con il suo sorriso, per questo motivo
la bella poesia di Omero (di quel poeta che ha scritto
di Ulisse, del suo esilio e di quanto il mare gli è stato
fatale) ha parlato
delle tue nuvole bianche e delle tue piante.
A causa di questo esilio, Ulisse è diventato
interessante, perché famoso e sfortunato, quando
finalmente è tornato ed ha potuto baciare la sua
patria: Itaca.
Tu, Zacinto, terra che sei per me come una madre,
Tu non altro che il canto avrai del figlio, C
o materna mia terra; a noi prescrisse E
il fato illacrimata sepoltura. D
LA STRUTTURA:
1a parte : (le due quartine e la prima terzina) il poeta spiega che Zacinto è la sua patria, che non potrà più tornare, che è
l’isola dove è nata la dea Venere, che anche il poeta Omero ha parlato della bellezza dell’isola.
Dice poi che Omero ha narrato la storia di Ulisse, il suo esilio, il suo ritorno a casa dopo tanto tempo.
2a parte : (la seconda terzina) il poeta parla direttamente con la sua patria (“TU”), le dice che non solo lui non tornerà
mai da vivo, ma che non potrà neppure tornare da morto: verrà sepolto in terra straniera e nessuno potrà andare a
piangere sulla sua tomba.

E S E R C I T A Z I O N E

ESERCIZIO 1
Sottolinea sul testo con colori uguali le rime uguali.


ESERCIZIO 2
Cerca sul testo quali aggettivi ha usato Foscolo per specificare meglio i nomi seguenti:
Esempio: sponde - SACRE
isole ………………
nubi ………………
verso ………………
esiglio ………………
Itaca ………………
terra ………………
sepoltura ……………….
Né più mai toccherò le sacre sponde
ove il mio corpo fanciulletto giacque,
Zacinto mia, che te specchi nell’onde
del greco mar da cui vergine nacque
Venere, e fea quelle isole feconde
col suo primo sorriso, onde non tacque
le tue limpide nubi e le tue fronde
l’inclito verso di colui che l’acque
cantò fatali, ed il diverso esiglio
per cui bello di fama e di sventura
baciò la sua petrosa Itaca Ulisse.
Tu non altro che il canto avrai del figlio,
o materna mia terra; a noi prescrisse
il fato illacrimata sepoltura.

ESERCIZIO 3
Quali notizie della vita di Foscolo possiamo trarre dalla poesia?
Foscolo è nato a ………………………………..
Questo luogo è …………………………….. che si trova …………………………..
Come è questo luogo? ………………………………………………………………..
……………………………………………………………………………………………
Dove si trova Foscolo nel momento in cui scrive la poesia? ………………………
…………………………………………………………………………………………….
Quale sarà il futuro di Foscolo? ………………………………………………………
…………………………………………………………………………………………….

ESERCIZIO 4
Con quale personaggio si paragona Foscolo? ……………………….
Che cosa hanno in comune (uguale) e che cosa di diverso Foscolo e questo personaggio?
FOSCOLO - ……………………….
In comune: ………………………………………………………………………
Diverso : …………………………………………………………………

ESERCIZIO 5
Foscolo dimostra amore per la sua patria? ……………….
Quali parole della poesia te lo fanno capire?
……………………………………………………………………………….
………………………………………………………………………………..


IL SONETTO


A ZACINTO






Né più mai toccherò le sacre sponde
ove il mio corpo fanciulletto giacque,
Zacinto mia, che te specchi nell’onde
del greco mar da cui vergine nacque


Venere, e fea quelle isole feconde
col suo primo sorriso, onde non tacque
le tue limpide nubi e le tue fronde
l’inclito verso di colui che l’acque


cantò fatali, ed il diverso esiglio
per cui bello di fama e di sventura
baciò la sua petrosa Itaca Ulisse.


Tu non altro che il canto avrai del figlio,
o materna mia terra; a noi prescrisse
il fato illacrimata sepoltura.





UGO FOSCOLO









domenica 3 gennaio 2010

Poesia d'autore


INVERNO
SABA UMBERTO


E' notte , inverno rovinoso. Un poco
sollevi le tendine, e guardi. Vibrano
i tuoi capelli selvaggi, la gioia
ti dilata improvvisa l'occhio nero;
che quello che hai veduto - era un'immagine
della fine del mondo - ti conforta
l'intimo cuore lo fa caldo e pago.

Un uomo si avventura per un lago
di ghiaccio, sotto una lampada storta.

Da "Poesie scelte" - Mondadori

Ecco come lo stesso Saba illustra la lirica: ‘’ In un inverno che doveva essere quell’anno a Trieste come un’immagine della fine del mondo, Saba vede una donna (forse la pallida sognatrice di naufragi) che, affacciata alla finestra della sua casa, solleva la tendina e si gode quella notturna visione di squallore, mentre per la via un uomo si avventura per un lago // di ghiaccio, sotto una lampada storta. ’’
.
Il poeta suggestivamente collega la crudezza del rovinoso inverno all’agitazione della ‘’pallida sognatrice di naufragi’, posseduta da una cieca furia di distruzione (Vibrano // i tuoi capelli selvaggi, la gioia // ti dilata improvvisa l’occhio nero)…. l ’una e l’altra egli rende con una non comune forza di rappresentazione, nei modi di un linguaggio essenziale, denso e scavante che sfrutta a fondo la carica espressiva delle parole.

sabato 2 gennaio 2010

L'INFINITO



La capacità dell'uomo di far sorgere in sé un'immaginazione del vago e dell'indefinito, in luogo della semplice vista delle cose, è dolce e piacevole, ed è tipica dei fanciulli e degli uomini dell'età antica.
D'in su la vetta della torre antica...
Questa sensazione sta all'origine anche delle illusioni. Si tratta della sensazione-esperienza di un "oltre" rispetto alla semplice vista delle cose: ma un oltre che non esiste, che è solo prodotto dell'immaginazione umana, anche se l'uomo desidera perdersi in esso, lo trova una cosa dolce. In questo idillio è aperta una via verso la dolcezza di queste sensazioni: ma esse rimangono semplicemente constatate e cantate dal poeta, non vengono interpretate.
Il seguito della sua opera sarà un progressivo muoversi verso la convinzione dell'impossibilità di questo "infinito-oltre" per l'uomo.
L'INFINITO

Sempre caro mi fu quest'ermo colle,

E questa siepe, che da tanta parte

Dell'ultimo orizzonte il guardo escude.

Ma sedendo e mirando, interminati

Spazi di là quella, e sovrumani

Silenzi, e profondissima quiete

Io nel pensier mi fingo; ove per poco

Il cor non si spaura.

E come il vento Odo stormir tra queste piante,

io quelloInfinito silenzio a questa voce

Vo comparando: e mi sovvien l'eterno,

E le morte stagioni, e la presente

E viva, e il suon di lei. Così tra questa

Immensità s'annega il pensier mio:

E il naufragar m'è dolce in questo mare.

Nota metrica: endecasillabi sciolti.
NOTE
1. quest'ermo colle: secondo la tradizione, il colle solitario (ermo) sarebbe il monte Tabor, un'altura nei pressi di casa Leopardi; ma la determinazione concreta del luogo è assolutamente irrilevante. Quanto ad "ermo", va rilevato che <<è la prima di tutta una serie di parole indefinite che costituiscono uno degli aspetti più caratteristici del linguaggio del canto>> (Fubini-Bigi).
2-3. che da tanta... esclude: che sottrae allo sguardo (il guardo esclude) così gran parte dell'estremo (ultimo latinismo) orizzonte.
4. sedendo e mirando: fermandosi a guardare (dando così al verbo sedere il significato generico di "stare"); secondo Citati, invece, Leopardi <>, poiché il limite era voluto:<>.
4. interminati: senza fine, senza termine; <> (Zibaldone, p.1825); cfr. sovrumani (v.5) e profondissima (v. 6).
5. quella: la siepe.
7. mi fingo: mi costruisco, mi immagino; (Zibaldone, p. 171).
7. ove: <> (Solmi).
8. come: quando.
9-10. tra queste... voce: il gioco dei rimandi tra realtà/immaginazione/realtà è sostenuto dal deitico dimostrativo queste/quello/questa; questa voce: quella del vento che stormisce fra le pietre.
11. Vo comparando: vado paragonando, confronto.
11. l'eterno: <> (Fubini-Bigi).
12. le morte stagioni: tutte le età passate, tutta la storia; cfr. La sera del dì di festa, vv. 33-39: <> (Zibaldone, pp. 50-51).
12-13. e la presente...di lei: e il tempo presente che ancora vive, attraverso il rumore del vento.
14. immensità: (Flora).
15. m'è dolce: mi risulta piacevole: <> (Puppo).
"L'Infinito" è il primo di quei primi componimenti che il poeta pubblicò nel 1825 col nome di "Piccoli Idilli". L'idillio leopardiano si distingue profondamente da quello della tradizione; non è più il quadretto bucolico, un componimento piacevole di ispirazione pastorale, ma l'espressione poetica di un'avventura interiore, di un moto dello spirito nato dalla contemplazione nuova ed attonita di un aspetto della natura, o dalla rinnovata capacità di sentire e vedere.
Si coglie così, nel senso più alto, che dallo stato d'animo idillico, da questa contemplazione "interiore" della natura, derivano alcune delle voci più nuove del poeta. Fin da fanciullo, lo ricorda lo "
Zibaldone" nelle pagine scritte fra il 12 e il 13 Luglio del 1820, il poeta amava guardare il cielo "attraverso una finestra, una porta, una casa passatoia" (cioè attraverso l'andito o corridoio fra due case); nella poesia "L'Infinito" il poeta ha trovato le ragioni di questa preferenza: infatti, "da una veduta ristretta e confinata" nasce il desiderio dell'infinito, perché allora in luogo della vista lavora l'immaginazione ed il fantastico sottentra al reale.
L'anima si immagina quello che non vede, ciò che quella siepe, quella torre gli nasconde e va errando in uno spazio immaginario e si figura cose che non potrebbe, se la sua vista si estendesse da per tutto, perché il reale escluderebbe l'immaginario.
L'immergersi in una coscienza cosmica dell'infinito non è inteso dal Leopardi come abbandono ad una pura emozione, ad un immediato vagheggiamento musicale, nasce sempre da una consapevolezza vigile della realtà, da un'esigenza di superamento dei suoi dati immediati. Per questo si parla di una dimensione religiosa dell'Infinito nel Leopardi: quello che più tardi diventerà, nel "Canto notturno" o nella "
Ginestra", meditazione ammirata dell'immensità della vita, del cosmo, qui è ancora ansia e vagheggiamento di assoluto e di eternità che nasce dalla coscienza della finitezza della propria realtà individuale.
Analisi
"L'Infinito" si divide in due parti esattamente uguali, come dimostra il punto fermo a metà dell'ottavo verso. Nella prima metà della poesia è descritto l'infinito dello spazio, nella seconda metà, l'infinito del tempo: per definire l'infinito, ci dice il poeta, sono necessarie ambedue le coordinate, lo spazio e, appunto, il tempo.
Gli elementi esteriori si riducono ad un colle, ad una siepe che limita l'orizzonte, ad uno stormire di fronde. Sulla cima di un colle una siepe impedisce allo sguardo la vista di una grande parte dell'orizzonte. Ma quello che è l'ostacolo alla vista degli occhi diviene stimolo alla visione interiore, all'immaginare del poeta. Sorgono così dentro di lui gli "interminati spazi" del cielo, e i "sovrumani silenzi e la profondissima quiete" del vuoto; e quasi il cuore del poeta "non si spaura".
Ma a proseguire l'idillio sopraggiunge un lieve rumore di vento, l'unico breve rumore sulla cime del colle. E da quella voce il poeta è ricondotto alle cose finite; e giunge al confronto di esse con l'eterno, al pensiero delle "morte stagioni", e della stagione presente così viva, così reale con i suoi rumori intorno al poeta. Dove va il tempo? Come da una siepe è nato l'infinito dello spazio, così da un soffio è sorto quello del tempo; un infinito ancora più sovrumano e indeterminato che la mente invano cerca di sondare.
Si noti, immediatamente, quanto l'idea dell'infinito sia lontana da qualsiasi determinazione scientifica o filosofica. Per questo i legami col reale o hanno la vaghezza di sogno, oppure si affidano alla purezza della sensazione immediatamente tradotta in fantasia, e la fantasia cresce in sentimento.
Il processo si ripete due volte:
Sensazione visiva (sguardo impedito dalla siepe);Fantasia (immaginazione di mondi sterminati e silenziosi);Sentimento ("ove per poco il cor non si spaura");Movimento che sembra di interiorizzazione ("io nel pensier mi fingo").
Sensazione auditiva (vento che stormisce fra le piante);Fantasia (eternità, trascorrere del tempo);Sentimento ("e il naufragar m'è dolce in questo mare");Movimento di esteriorizzazione ("e il naufragar m'è dolce in questo mare").
"L'Infinito", tendendo al vago e all'indefinito, attua un'esplorazione della soggettività, ma anche della tensione concettuale. Emergono in particolare:
* L'indicazione di uno spazio concreto (l'area limitata della siepe) e di uno specifico, personale (consuetudine).* Il processo di astrazione, visione mentale dello spazio.* Il passaggio dall'immagine aspaziale a quella temporale. Contrapposizione fra spazio concreto e tempo.* Lo smarrimento genera piacere.
Il critico Lotman, pone la contrapposizione tra:
Spazio interno: spazio chiuso, rotondità della collina che lo delimita.
Spazio esterno: sovrumano, immobile, mondo dei pensieri, mondo della morte, l'eternità

mercoledì 30 dicembre 2009


Natale



Si avvicina il Natale,
nell'aria si respira un profumo
di gioia e di amore.
Se ti guardi intorno
non vedrai che serenità!

Ma...cosa succede?
Là in quel piccolo paese non c'è gioia!
C'è solo dolore, gente che soffre,
gente che muore...

E là? Guarda là!
C'è solo indifferenza,
in quel paese alle persone
non importa nulla del Natale!
Troppa gente soffre,
troppa gente non sa!

E' Natale,
cerca anche tu di portare pace e amore...
...dove c'è guerra e odio.

Lucia Porfiri






Lo zampognaro

Se comandasse lo zampognaro
Che scende per il viale,
sai che cosa direbbe
il giorno di Natale?

"Voglio che in ogni casa
spunti dal pavimento
un albero fiorito
di stelle d'oro e d'argento".

Se comandasse il passero
Che sulla neve zampetta,
sai che cosa direbbe
con la voce che cinguetta?
"Voglio che i bimbi trovino,
quando il lume sarà acceso
tutti i doni sognati
più uno, per buon peso".

Se comandasse il pastore
Del presepe di cartone
Sai che legge farebbe
Firmandola col lungo bastone?

" Voglio che oggi non pianga
nel mondo un solo bambino,
che abbiano lo stesso sorriso
il bianco, il moro, il giallino".

Sapete che cosa vi dico
Io che non comando niente?
Tutte queste belle cose
Accadranno facilmente;

se ci diamo la mano
i miracoli si faranno
e il giorno di Natale
durerà tutto l'anno

Gianni Rodari






Gesù Bambino è nato

Gesù bambino è nato,
gli angeli dal cielo l'han portato
nella povera capanna
tra le braccia della mamma.
Bello, biondo e ricciolino,
benedice ogni bambino,
ed ascolta con amore
la preghiera del suo cuore.






Pensiamo al Natale

Pensiamo al Natale
e ne discutiamo,
abbiam fatto l'albero
e pure il presepe,
parliamo di doni
e di dove andiamo,
se nel timballo
ci va o no il pepe.


Ma vi prego fermiamoci
solo un momento
e attenti osserviamo la capannella,
cambiamo pensiero
e con struggimento
concentriamoci ora sulla buona novella.


Quel piccolino sulla paglia adagiato
che tanti han visitato con devozione,
merita certo la nostra attenzione.


Pacchi, pacchetti, un pranzo regale,
nemmeno il tempo di una preghiera,
ecco che cosa è diventato il Natale :
abbiamo smarrito la strada più vera.


Quest'anno facciamo qualcosa di nuovo,
preghiamo per i paesi distrutti da guerre,
pei bimbi che non mangiano neppure un uovo
perché possano vivere in fertili terre.
Priviamoci appena di una fettina
di ciò che abbiamo e doniamola loro,


Gesù Bambino già domani mattina
ci riempirà il cuore con un grande tesoro.






Le ciaramelle

Udii tra il sonno le ciaramelle,
ho udito un suono di ninne nanne.
Ci sono in cielo tutte le stelle,
ci sono i lumi nelle capanne.

Sono venute dai monti oscuri
le ciaramelle senza dir niente;
hanno destata ne' suoi tuguri
tutta la buona povera gente.

Ognuno è sorto dal suo giaciglio;
accende il lume sotto la trave;
sanno quei lumi d'ombra e sbadiglio,
di cauti passi, di voce grave.

Le pie lucerne brillano intorno,
là nella casa, qua su la siepe:
sembra la terra, prima di giorno,
un piccoletto grande presepe.

Nel cielo azzurro tutte le stelle
paion restare come in attesa;
ed ecco alzare le ciaramelle
il loro dolce suono di chiesa;

suono di chiesa, suono di chiostro,
suono di casa, suono di culla,
suono di mamma, suono del nostro
dolce e passato pianger di nulla.

O ciaramelle degli anni primi,
d'avanti il giorno, d'avanti il vero,
or che le stelle son là sublimi,
conscie del nostro breve mistero;

che non ancora si pensa al pane,
che non ancora s'accende il fuoco;
prima del grido delle campane
fateci dunque piangere un poco.

Non più di nulla, sì di qualcosa,
di tante cose! Ma il cuor lo vuole,
quel pianto grande che poi riposa,
quel gran dolore che poi non duole;

sopra le nuove pene sue vere
vuol quei singulti senza ragione:
sul suo martòro, sul suo piacere,
vuol quelle antiche lagrime buone!


Giovanni Pascoli






Caro Babbo Natale

Caro Babbo Natale
Sto qui ad aspettarti alla luce flebile
e tremolante di una candela,
nel chiarore soffuso di una luce irreale.
Sono qui, idealmente unita
con tutte le mamme del mondo
in una sola preghiera.
Fa' che la nostra voce arrivi nel cuore
di chi può decidere la pace nel mondo.
Fa' che le mani dei potenti della terra
non si sollevino per brandire le armi,
ma per salutare la pace…
Non permettere che un solo bambino pianga.
Non permettere che un solo bambino
venga privato dei suoi affetti più cari.
Fa' che tutti i bambini sorridano
tra le braccia sicure di chi
li ha voluti nel mondo.
Caro Babbo Natale,
volevamo dirti
che i nostri figli sono nati
per camminare felici
nel prato fiorito della vita;
che non sono stati desiderati
per mettere fine alla vita
dei loro fratelli di un diverso colore,
ma per amarli di un tenero amore.
Caro Babbo Natale,
questa preghiera ci basterà per sperare.
Ricordi come ti aspettavamo con trepidazione
quando eravamo bambine?
Non ci hai deluso mai…
La tua magia è ancora viva in noi
che crediamo in te…
Compi ancora questo miracolo d'amore,
portaci in dono tanta serenità,
metti nel cuore dei potenti saggezza e lealtà,
affinché la pace torni a regnare nel mondo.
Vedrai correre tanti bimbi felici
in quel prato…
La tua favola antica continuerà…







Luce Pace Amore,

La pace guardò in basso
e vide la guerra,
"Là voglio andare" disse la pace.


L'amore guardò in basso
e vide l'odio,
"Là voglio andare" disse l'amore.


La luce guardò in basso
e vide il buio,
"Là voglio andare" disse la luce.


Così apparve la luce
e risplendette.
Così apparve la pace
e offrì riposo.
Così apparve l'amore
e portò vita.







E' Natale !

E' Natale ogni volta
che sorridi a un fratello
e gli tendi la mano.
E' Natale ogni volta
che rimani in silenzio
per ascoltare l'altro.
E' Natale ogni volta
che non accetti quei principi
che relegano gli oppressi
ai margini della società.
E' Natale ogni volta
che speri con quelli che disperano
nella povertà fisica e spirituale.
E' Natale ogni volta
che riconosci con umiltà
i tuoi limiti e la tua debolezza.
E' Natale ogni volta
che permetti al Signore
di rinascere per donarlo agli altri.



Madre Teresa di Calcutta






A Gesù Bambino

La notte è scesa
e brilla la cometa
che ha segnato il cammino.
Sono davanti a Te,
Santo Bambino!
Tu, Re dell’universo,
ci hai insegnato
che tutte le creature sono uguali,
che le distingue solo la bontà,
tesoro immenso,
dato al povero e al ricco.
Gesù, fa’ ch’io sia buono,
che in cuore non abbia che dolcezza.
Fa’ che il tuo dono
s’accresca in me ogni giorno
e intorno lo diffonda,
nel Tuo nome.



U. Saba






Notte Santa

Consolati, Maria, del tuo pellegrinare!
Siam giunti.
Ecco Betlemme ornata di trofei.
Presso quell'osteria potremo riposare,
ché troppo stanco sono e troppo stanca sei.


Il campanile scocca
lentamente le sei.


- Avete un po' di posto, o voi del Caval Grigio?
Un po' di posto per me e per Giuseppe?
- Signori, ce ne duole: è notte di prodigio;
son troppi i forestieri; le stanze ho piene zeppe


Il campanile scocca
lentamente le sette.


- Oste del Moro, avete un rifugio per noi?
Mia moglie più non regge ed io son così rotto!
- Tutto l'albergo ho pieno, soppalchi e ballatoi:
Tentate al Cervo Bianco, quell'osteria più sotto.


Il campanile scocca
lentamente le otto.


- O voi del Cervo Bianco, un sottoscala almeno
avete per dormire? Non ci mandate altrove!
- S'attende la cometa. Tutto l'albergo ho pieno
d'astronomi e di dotti, qui giunti d'ogni dove.


Il campanile scocca
lentamente le nove.


- Ostessa dei Tre Merli, pietà d'una sorella!
Pensate in quale stato e quanta strada feci!
- Ma fin sui tetti ho gente: attendono la stella.
Son negromanti, magi persiani, egizi, greci...


Il campanile scocca
lentamente le dieci.


- Oste di Cesarea... - Un vecchio falegname?
Albergarlo? Sua moglie? Albergarli per niente?
L'albergo è tutto pieno di cavalieri e dame
non amo la miscela dell'alta e bassa gente.


Il campanile scocca
le undici lentamente.


La neve! - ecco una stalla! -
Avrà posto per due?
- Che freddo! - Siamo a sosta -
Ma quanta neve, quanta!
Un po' ci scalderanno quell'asino e quel bue...
Maria già trascolora,
divinamente affranta...


Il campanile scocca
La Mezzanotte Santa.


È nato!
Alleluja! Alleluja!


È nato il Sovrano Bambino.
La notte, che già fu sì buia,
risplende d'un astro divino.
Orsù, cornamuse, più gaje
suonate; squillate, campane!
Venite, pastori e massaie,
o genti vicine e lontane!


Non sete, non molli tappeti,
ma, come nei libri hanno detto
da quattro mill'anni i Profeti,
un poco di paglia ha per letto.
Per quattro mill'anni s'attese
quest'ora su tutte le ore.
È nato! È nato il Signore!
È nato nel nostro paese!
Risplende d'un astro divino
La notte che già fu sì buia.
È nato il Sovrano Bambino.


È nato!
Alleluja! Alleluja!



G. Gozzano






Natale

Non ho voglia di tuffarmi
in un gomitolo di strade


Ho tanta stanchezza
sulle spalle


Lasciatemi così
come una cosa posata
in un angolo
e dimenticata


Qui non si sente altro
che il caldo buono


Sto con le quattro capriole
di fumo del focolare



G. Ungaretti






Il presepe

Natale. Guardo il presepe scolpito
dove sono i pastori appena giunti
alla povera stalla di Betlemme.

Anche i Re Magi nelle lunghe vesti
salutano il potente Re del mondo.

Pace nella finzione e nel silenzio
delle figure in legno ed ecco i vecchi
del villaggio e la stalla che risplende
e l'asinello di colore azzurro.


S. Quasimodo






I Tre Santi Magi

I tre santi Re Magi dall'Oriente
chiedono in ogni piccola città:
«Cari ragazzi e giovinette,
dite, la strada per Betlemme è per di qua?»


Né i giovani né i vecchi non lo sanno
e i tre Re Magi sempre avanti vanno;
ma una cometa d'oro li conduce
che lassù chiara e amabile riluce.


La stella sulla casa di Giuseppe
ecco s'arresta: là devono entrare.
Il bovetto muggisce, il bimbo strilla,
e i tre Re Magi prendono a cantare.


Heinrich Heine






Natale

Alta è la notte, scendono
in candida legione
dal firmamento gli angeli
recinti di splendor.
Pace alla gente buona:
è nato il Redentor.

Fiocca la neve: déstansi
in mezzo all'ombra e al gelo
e alle melòdi angeliche
rispondono i pastor:
Sia gloria a Dio del cielo:
è nato il Redentor!

Un tintinnio di giubilo
da mille torri suona:
s'allargano le tenebre,
Spuntan dai tronchi i fior.
Pace alla terra buona:
è nato il Redentor.

Nell'umile presepio,
o Dio, invan ti Celi;
a offrire i re già vengono
mirra, profumi ed òr.
Gloria sia a Dio nei cieli:
è nato il Redentor.


Enrico Panzacchi






Il vecchio Natale

Mentre la neve fa, sopra la siepe,
un bel merletto e la campana suona,
Natale bussa a tutti gli usci e dona
ad ogni bimbo un piccolo presepe.

Ed alle buone mamme reca i forti
virgulti che orneran furtivamente
d'ogni piccola cosa rilucente:
ninnoli, nastri, sfere, ceri attorti...

A tutti il vecchio dalla barba bianca
porta qualcosa, qualche bella cosa.
e cammina e cammina senza posa
e cammina e cammina e non si stanca.

E, dopo avere tanto camminato
nel giorno bianco e nella notte azzurra,
conta le dodici ore che sussurra
la mezzanotte e dice al mondo: È nato!


M. Moretti






La buona novella

Ascoltate la novella
che portiamo a tutto il mondo:
è di tutte la più bella,
è fiorita dal profondo.
Nella stalla, ecco, ora è nato
un dolcissimo bambino.
La Madonna l'ha posato
sulla paglia: poverino!
Ma dal misero giaciglio
già la luce si diffonde,
già sorride il divin Figlio
ed il cielo gli risponde.
Quel sorriso benedetto
porti gioia ad ogni tetto!

G. Fanciulli

lunedì 28 dicembre 2009

La poesia a scuola


Far scrivere poesie ai ragazzi può sembrare, in questi tempi scolastici mediamente impoetici, un passatempo desueto, un lusso superfluo, un'attività comunque marginale rispetto alle tante più urgenti necessità; al contrario, il principale motivo che ci spinge a introdurre nella didattica la scrittura di testi poetici è che, per arrivare a scrivere poesie, è necessario prima leggerle.

Spostare, modificare, manovrare parole, piace ed interessa alla maggior parte dei ragazzi - anche a quelli con gli strumenti più modesti - che ritrovano nel gioco libero e creativo con le parole il gusto infantile dell'esplorazione verbale; la proposta di laboratorio di scrittura permette così di accostarsi al testo poetico non come ad un oggetto alto e intoccabile, ma come ad una realtà su cui agire e con cui interagire.
Chi legge per rielaborare, è indotto a compiere un percorso di senso, ad animare le parole per cercare di capire quale vitalità esse conservino per lui; la lettura diventa ascolto di voci, simili o diverse dalle proprie; ricerca di identità e tentativodi differenziarsi.
E' il primo passo di una ri-creazione ed è già comunque autentica comprensione; poi il ragazzo può continuare ad attingere dal testo di partenza o può percorrere una sua strada personale, scegliendo da una tavolozza già sperimentata i colori, le sfumature che più gli si intonano.
Se è importante spiccare il volo, non meno importante è però ritornare a terra: ciascun ragazzo verrà condotto dal gruppo-classe, dall'insegnante, da lui stesso a confrontarsi non solo con la soggettività, ma anche con l'oggettività del testo, coni vincoli delle sue regole interne. Ogni vera operazione di scrittura fa nascere difatti l'esigenza di una riflessione su di essa, ed è qui che matura l'apprendimento fondamentale: scrivere significa riscrivere, imparare a misurare, pesare, trasformare le parole.
L'osservazione di Antonio Porta "ad insegnare la poesia sono le poesie" risulta contemporaneamente un essenziale presupposto metodologico ed un obiettivo finale.Non si può scrivere se non si parte da un'esperienza di lettura: ma una lettura non canonica, che dia al ragazzo la libertà di intervenire sulla parola altrui, pensata e cercata per riconoscervi la propria più originale voce.La scrittura di poesie acquista così il valore essenziale di ascolto degli altri e di sé stesso, ritrovamento di una parola nuova e diversa che chi scrive non sapeva di possedere. Certo, scorrendo i versi composti dai ragazzi, sarà difficile imbattersi nella "grande" poesia; ma di essa possono ritrovarsi gli echi autentici, l'impronta suggestiva, il desiderio sincero.
dal sito "poesia per ragazzi"