"La poesia non è un abito da sera, ma un paio di comodi jeans. Con i versi si può giocare, le parole si possono maneggiaree usare come una cosa di tutti i giorni. Senza soggezioni né accademia. E allora si impara a conoscere meglio se stessi e il mondo."
Mi piace immaginarlo, così.. mentre passeggia in sulla riva del mare all'alba e al tramonto che lui amava tanto....
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......"Anch'io, oggi, ritorno a casa". Poi, melanconicamente: "E' molto più lontano è molto più difficile" Mi sentii gelare per il sentimento dell'irreparabile. E capii che non potevo sopportare l'idea di non sentire più quel riso. Era per me come una fontana nel deserto. "Ometto voglio ancora sentirti ridere" [...]E rise ancora. Poi ridivenne serio. "Questa notte sai, non venire". "Non ti lascerò". Quella notte non lo vide mettersi in cammino. Si era dileguato senza far rumore. Quando riuscì a raggiungerlo camminava deciso, con un passo rapido. Mi disse solamente: "Ah! Sei qui" E mi prese per mano. Ma ancora si tormentava: "Hai avuto torto. Avrai dispiacere. Sembrerò morto e non sarà vero" Io stavo zitto. "Capisci? E' troppo lontano. Non posso portare appresso il mio corpo. E' troppo pesante". Io stavo zitto. "Sarà bello, sai. Anch'io guarderò le stelle. Tutte le stelle saranno dei Tutte le stelle mi verseranno da bere" Io stavo zitto.0 "E' là. Lasciami fare un passo da solo". Fece un passo. Io non potevo muovermi. Non ci fu che un guizzo giallo vicino alla sua caviglia. Rimase immobile per un istante. Non gridò. Cadde dolcemente come cade un albero. Non fece neppure rumore sulla sabbia. ( da "il piccolo principe").....
Metodologia e Didattica per l'analisi di un testo poetico
ANALISI DEL TESTO LE FASI DI LAVORO 1) Scheda della poesia (percezione globale) 2) Verifica e/o consolidamento dei prerequisiti 3) 1° lettura: contenuto, in generale, della poesia 4) 2° lettura: spiegazione, sul testo, dei termini non noti (consolidamento/ampliamento del lessico) 5) 3° lettura: analisi formale (le rime, la struttura, le figure retoriche, il linguaggio…) 6) parafrasi 7) verifica della comprensione ed eventuale modifica dell’ U.D. AUTORE : Ugo Foscolo (∴1778 – =1827) TITOLO: A Zacinto OPERA: I sonetti TIPO DI COMPONIMENTO: sonetto (2 quartine – 2 terzine) ARGOMENTO: L’esilio di Foscolo.
Il poeta sa che non potrà mai più tornare nella sua isola e morirà lontano, dove nessuno potrà andare a piangere sulla sua tomba. PATRIA = è il luogo in cui siamo nati (es. per noi la patria è l’Italia).
Nell’ ‘800 era molto importante: la patria si amava molto, anche perché spesso era governata dagli stranieri (in Italia comandavano gli austriaci e i francesi…) (Ricordati Storia) ESILIO = vuol dire essere costretti (obbligati) a vivere lontano dalla patria, dal posto in cui sei nato.
Devi vivere in un altro paese perché non sei d’accordo con il governo. (La patria di Foscolo è Venezia, lui non può più tornare.
L’isola di Zacinto adesso è della Grecia, una volta apparteneva a Venezia) OMERO = è il nome di un antico poeta della Grecia.
Omero scrisse un’opera (L’Odissea) che racconta la storia di un uomo: Ulisse. Ulisse non riuscì a tornare nella sua patria per molti anni perché il FATO (=destino) non lo lasciava.
Così per molti anni Ulisse restò in mare con la sua nave ed i suoi compagni. Ulisse = Foscolo esilio. CHI SCRIVE : Ugo Foscolo CHI PARLA (io): Ugo Foscolo A CHI PARLA (tu): A Zacinto, la sua patria RICORDA !!! A Zacinto Questa poesia è un sonetto. Fu composto (scritto) da Ugo Foscolo tra l’agosto del 1802 e l’aprile del 1803. Il sonetto è dedicato all’isola dove il poeta nacque (=è nato).
L’isola si chiama Zante, ma in questa poesia il poeta la chiama ZACINTO , che è l’antico nome greco. A ZACINTO A Zacinto Non potrò mai più tornare in quella terra ( isola ) sacra dove sono nato,
o Zacinto mia, che sei un’isola che si specchia nelle onde del mare greco.
Né più mai toccherò le sacre sponde ove il mio corpo fanciulletto giacque, Zacinto mia, che te specchi nell’onde del greco mar da cui vergine nacque Venere, e fea quelle isole feconde col suo primo sorriso, onde non tacque le tue limpide nubi e le tue fronde l’inclito verso di colui che l’acque cantò fatali, ed il diverso esiglio per cui bello di fama e di sventura baciò la sua petrosa Itaca Ulisse. Tu non altro che il canto avrai del figlio, o materna mia terra; a noi prescrisse il fato illacrimata sepoltura. sponde= rive del mare giacque= verbo giacere - stare fea = verbo fare - fece limpide= chiare, bianche inclito= nobile, bello feconde= ricche non tacque= non tacere=parlare fronde= rami, foglie fatali= da FATO= destino= qualcosa che è più grande e più forte di noi, che decide della nostra vita e delle cose che ci succedono cantò= raccontò nella sua poesia acque= il mare sventura= sfortuna esiglio= esilio petrosa= rocciosa, con tante pietre canto= poesia fpigrelisoc r=is Fseo=sc oorldoi nò illacrimata= senza lacrime, senza nessuno che possa andare a piangere sulla sua tomba. sepoltura= tomba sacre= perché è nata la dea Venere diverso= per tanti posti diversi In quel mare ( di Grecia ) è nata la dea Venere che con il suo sorriso ha reso le terre dell’isola piene di piante e fiori. Per questo motivo il poeta Omero, nella sua poesia nobile ( Odissea ) ha parlato dell’isola di Zacinto, delle sue nuvole bianche ( il cielo è sereno ) e delle sue piante e dei suoi fiori. Omero ha anche raccontato la storia di Ulisse, che ha dovuto viaggiare moltissimi anni sul mare, senza riuscire a tornare a casa. Ulisse ha vissuto in esilio ( lontano dalla sua Patria ) per tanti anni, poi è riuscito a tornare a baciare la sua terra ( Itaca ), dove c’era la sua casa e la sua famiglia. Tu, Zacinto, avrai soltanto le poesie del tuo figlio ( Foscolo ) che non potrà tornare. Il destino ha deciso che Foscolo non potrà mai più tornare nella sua isola e quando morirà verrà sepolto in una nazione ( Stato ) * straniera, sulla sua tomba nessuno potrà andare a piangere. * N.B. – Ricordarsi Storia : il Risorgimento, l’importanza del concetto di patria.
ANALISI FORMALE LE RIME - LA PARAFRASI 1a parte Né più mai toccherò le sacre sponde A ove il mio corpo fanciulletto giacque, B Zacinto mia, che te specchi nell’onde A del greco mar da cui vergine nacque B Venere, e fea quelle isole feconde A col suo primo sorriso, onde non tacque B le tue limpide nubi e le tue fronde A l’inclito verso di colui che l’acque B cantò fatali, ed il diverso esiglio C per cui bello di fama e di sventura D baciò la sua petrosa Itaca Ulisse. E 2a parte Io non toccherò mai più le sponde sacre dove il mio corpo bambino è stato, o mia Zacinto, tu che ti specchi nelle onde del mare di Grecia dove è nata vergine la dea Venere e ha fatto diventare quelle isole [ricche con il suo sorriso, per questo motivo la bella poesia di Omero (di quel poeta che ha scritto di Ulisse, del suo esilio e di quanto il mare gli è stato fatale) ha parlato delle tue nuvole bianche e delle tue piante. A causa di questo esilio, Ulisse è diventato interessante, perché famoso e sfortunato, quando finalmente è tornato ed ha potuto baciare la sua patria: Itaca. Tu, Zacinto, terra che sei per me come una madre, Tu non altro che il canto avrai del figlio, C o materna mia terra; a noi prescrisse E il fato illacrimata sepoltura. D LA STRUTTURA: 1a parte : (le due quartine e la prima terzina) il poeta spiega che Zacinto è la sua patria, che non potrà più tornare, che è l’isola dove è nata la dea Venere, che anche il poeta Omero ha parlato della bellezza dell’isola. Dice poi che Omero ha narrato la storia di Ulisse, il suo esilio, il suo ritorno a casa dopo tanto tempo. 2a parte : (la seconda terzina) il poeta parla direttamente con la sua patria (“TU”), le dice che non solo lui non tornerà mai da vivo, ma che non potrà neppure tornare da morto: verrà sepolto in terra straniera e nessuno potrà andare a piangere sulla sua tomba.
E S E R C I T A Z I O N E
ESERCIZIO 1 Sottolinea sul testo con colori uguali le rime uguali.
ESERCIZIO 2 Cerca sul testo quali aggettivi ha usato Foscolo per specificare meglio i nomi seguenti: Esempio: sponde - SACRE isole ……………… nubi ……………… verso ……………… esiglio ……………… Itaca ……………… terra ……………… sepoltura ………………. Né più mai toccherò le sacre sponde ove il mio corpo fanciulletto giacque, Zacinto mia, che te specchi nell’onde del greco mar da cui vergine nacque Venere, e fea quelle isole feconde col suo primo sorriso, onde non tacque le tue limpide nubi e le tue fronde l’inclito verso di colui che l’acque cantò fatali, ed il diverso esiglio per cui bello di fama e di sventura baciò la sua petrosa Itaca Ulisse. Tu non altro che il canto avrai del figlio, o materna mia terra; a noi prescrisse il fato illacrimata sepoltura.
ESERCIZIO 3 Quali notizie della vita di Foscolo possiamo trarre dalla poesia? Foscolo è nato a ……………………………….. Questo luogo è …………………………….. che si trova ………………………….. Come è questo luogo? ……………………………………………………………….. …………………………………………………………………………………………… Dove si trova Foscolo nel momento in cui scrive la poesia? ……………………… ……………………………………………………………………………………………. Quale sarà il futuro di Foscolo? ……………………………………………………… …………………………………………………………………………………………….
ESERCIZIO 4 Con quale personaggio si paragona Foscolo? ………………………. Che cosa hanno in comune (uguale) e che cosa di diverso Foscolo e questo personaggio? FOSCOLO - ………………………. In comune: ……………………………………………………………………… Diverso : …………………………………………………………………
ESERCIZIO 5 Foscolo dimostra amore per la sua patria? ………………. Quali parole della poesia te lo fanno capire? ………………………………………………………………………………. ………………………………………………………………………………..
IL SONETTO
A ZACINTO
Né più mai toccherò le sacre sponde ove il mio corpo fanciulletto giacque, Zacinto mia, che te specchi nell’onde del greco mar da cui vergine nacque
Venere, e fea quelle isole feconde col suo primo sorriso, onde non tacque le tue limpide nubi e le tue fronde l’inclito verso di colui che l’acque
cantò fatali, ed il diverso esiglio per cui bello di fama e di sventura baciò la sua petrosa Itaca Ulisse.
Tu non altro che il canto avrai del figlio, o materna mia terra; a noi prescrisse il fato illacrimata sepoltura.
E' notte , inverno rovinoso. Un poco sollevi le tendine, e guardi. Vibrano i tuoi capelli selvaggi, la gioia ti dilata improvvisa l'occhio nero; che quello che hai veduto - era un'immagine della fine del mondo - ti conforta l'intimo cuore lo fa caldo e pago.
Un uomo si avventura per un lago di ghiaccio, sotto una lampada storta.
Da "Poesie scelte" - Mondadori
Ecco come lo stesso Saba illustra la lirica: ‘’ In un inverno che doveva essere quell’anno a Trieste come un’immagine della fine del mondo, Saba vede una donna (forse la pallida sognatrice di naufragi) che, affacciata alla finestra della sua casa, solleva la tendina e si gode quella notturna visione di squallore, mentre per la via un uomo si avventura per un lago // di ghiaccio, sotto una lampada storta. ’’ . Il poeta suggestivamente collega la crudezza del rovinoso inverno all’agitazione della ‘’pallida sognatrice di naufragi’, posseduta da una cieca furia di distruzione (Vibrano // i tuoi capelli selvaggi, la gioia // ti dilata improvvisa l’occhio nero)…. l ’una e l’altra egli rende con una non comune forza di rappresentazione, nei modi di un linguaggio essenziale, denso e scavante che sfrutta a fondo la carica espressiva delle parole.
La capacità dell'uomo di far sorgere in sé un'immaginazione del vago e dell'indefinito, in luogo della semplice vista delle cose, è dolce e piacevole, ed è tipica dei fanciulli e degli uomini dell'età antica. D'in su la vetta della torre antica... Questa sensazione sta all'origine anche delle illusioni. Si tratta della sensazione-esperienza di un "oltre" rispetto alla semplice vista delle cose: ma un oltre che non esiste, che è solo prodotto dell'immaginazione umana, anche se l'uomo desidera perdersi in esso, lo trova una cosa dolce. In questo idillio è aperta una via verso la dolcezza di queste sensazioni: ma esse rimangono semplicemente constatate e cantate dal poeta, non vengono interpretate. Il seguito della sua opera sarà un progressivo muoversi verso la convinzione dell'impossibilità di questo "infinito-oltre" per l'uomo. L'INFINITO
Sempre caro mi fu quest'ermo colle,
E questa siepe, che da tanta parte
Dell'ultimo orizzonte il guardo escude.
Ma sedendo e mirando, interminati
Spazi di là quella, e sovrumani
Silenzi, e profondissima quiete
Io nel pensier mi fingo; ove per poco
Il cor non si spaura.
E come il vento Odo stormir tra queste piante,
io quelloInfinito silenzio a questa voce
Vo comparando: e mi sovvien l'eterno,
E le morte stagioni, e la presente
E viva, e il suon di lei. Così tra questa
Immensità s'annega il pensier mio:
E il naufragar m'è dolce in questo mare.
Nota metrica: endecasillabi sciolti. NOTE 1. quest'ermo colle: secondo la tradizione, il colle solitario (ermo) sarebbe il monte Tabor, un'altura nei pressi di casa Leopardi; ma la determinazione concreta del luogo è assolutamente irrilevante. Quanto ad "ermo", va rilevato che <<è la prima di tutta una serie di parole indefinite che costituiscono uno degli aspetti più caratteristici del linguaggio del canto>> (Fubini-Bigi). 2-3. che da tanta... esclude: che sottrae allo sguardo (il guardo esclude) così gran parte dell'estremo (ultimo latinismo) orizzonte. 4. sedendo e mirando: fermandosi a guardare (dando così al verbo sedere il significato generico di "stare"); secondo Citati, invece, Leopardi <>, poiché il limite era voluto:<>. 4. interminati: senza fine, senza termine; <> (Zibaldone, p.1825); cfr. sovrumani (v.5) e profondissima (v. 6). 5. quella: la siepe. 7. mi fingo: mi costruisco, mi immagino; (Zibaldone, p. 171). 7. ove: <> (Solmi). 8. come: quando. 9-10. tra queste... voce: il gioco dei rimandi tra realtà/immaginazione/realtà è sostenuto dal deitico dimostrativo queste/quello/questa; questa voce: quella del vento che stormisce fra le pietre. 11. Vo comparando: vado paragonando, confronto. 11. l'eterno: <> (Fubini-Bigi). 12. le morte stagioni: tutte le età passate, tutta la storia; cfr. La sera del dì di festa, vv. 33-39: <> (Zibaldone, pp. 50-51). 12-13. e la presente...di lei: e il tempo presente che ancora vive, attraverso il rumore del vento. 14. immensità: (Flora). 15. m'è dolce: mi risulta piacevole: <> (Puppo). "L'Infinito" è il primo di quei primi componimenti che il poeta pubblicò nel 1825 col nome di "Piccoli Idilli". L'idillio leopardiano si distingue profondamente da quello della tradizione; non è più il quadretto bucolico, un componimento piacevole di ispirazione pastorale, ma l'espressione poetica di un'avventura interiore, di un moto dello spirito nato dalla contemplazione nuova ed attonita di un aspetto della natura, o dalla rinnovata capacità di sentire e vedere. Si coglie così, nel senso più alto, che dallo stato d'animo idillico, da questa contemplazione "interiore" della natura, derivano alcune delle voci più nuove del poeta. Fin da fanciullo, lo ricorda lo "Zibaldone" nelle pagine scritte fra il 12 e il 13 Luglio del 1820, il poeta amava guardare il cielo "attraverso una finestra, una porta, una casa passatoia" (cioè attraverso l'andito o corridoio fra due case); nella poesia "L'Infinito" il poeta ha trovato le ragioni di questa preferenza: infatti, "da una veduta ristretta e confinata" nasce il desiderio dell'infinito, perché allora in luogo della vista lavora l'immaginazione ed il fantastico sottentra al reale. L'anima si immagina quello che non vede, ciò che quella siepe, quella torre gli nasconde e va errando in uno spazio immaginario e si figura cose che non potrebbe, se la sua vista si estendesse da per tutto, perché il reale escluderebbe l'immaginario. L'immergersi in una coscienza cosmica dell'infinito non è inteso dal Leopardi come abbandono ad una pura emozione, ad un immediato vagheggiamento musicale, nasce sempre da una consapevolezza vigile della realtà, da un'esigenza di superamento dei suoi dati immediati. Per questo si parla di una dimensione religiosa dell'Infinito nel Leopardi: quello che più tardi diventerà, nel "Canto notturno" o nella "Ginestra", meditazione ammirata dell'immensità della vita, del cosmo, qui è ancora ansia e vagheggiamento di assoluto e di eternità che nasce dalla coscienza della finitezza della propria realtà individuale. Analisi "L'Infinito" si divide in due parti esattamente uguali, come dimostra il punto fermo a metà dell'ottavo verso. Nella prima metà della poesia è descritto l'infinito dello spazio, nella seconda metà, l'infinito del tempo: per definire l'infinito, ci dice il poeta, sono necessarie ambedue le coordinate, lo spazio e, appunto, il tempo. Gli elementi esteriori si riducono ad un colle, ad una siepe che limita l'orizzonte, ad uno stormire di fronde. Sulla cima di un colle una siepe impedisce allo sguardo la vista di una grande parte dell'orizzonte. Ma quello che è l'ostacolo alla vista degli occhi diviene stimolo alla visione interiore, all'immaginare del poeta. Sorgono così dentro di lui gli "interminati spazi" del cielo, e i "sovrumani silenzi e la profondissima quiete" del vuoto; e quasi il cuore del poeta "non si spaura". Ma a proseguire l'idillio sopraggiunge un lieve rumore di vento, l'unico breve rumore sulla cime del colle. E da quella voce il poeta è ricondotto alle cose finite; e giunge al confronto di esse con l'eterno, al pensiero delle "morte stagioni", e della stagione presente così viva, così reale con i suoi rumori intorno al poeta. Dove va il tempo? Come da una siepe è nato l'infinito dello spazio, così da un soffio è sorto quello del tempo; un infinito ancora più sovrumano e indeterminato che la mente invano cerca di sondare. Si noti, immediatamente, quanto l'idea dell'infinito sia lontana da qualsiasi determinazione scientifica o filosofica. Per questo i legami col reale o hanno la vaghezza di sogno, oppure si affidano alla purezza della sensazione immediatamente tradotta in fantasia, e la fantasia cresce in sentimento. Il processo si ripete due volte: Sensazione visiva (sguardo impedito dalla siepe);Fantasia (immaginazione di mondi sterminati e silenziosi);Sentimento ("ove per poco il cor non si spaura");Movimento che sembra di interiorizzazione ("io nel pensier mi fingo"). Sensazione auditiva (vento che stormisce fra le piante);Fantasia (eternità, trascorrere del tempo);Sentimento ("e il naufragar m'è dolce in questo mare");Movimento di esteriorizzazione ("e il naufragar m'è dolce in questo mare"). "L'Infinito", tendendo al vago e all'indefinito, attua un'esplorazione della soggettività, ma anche della tensione concettuale. Emergono in particolare: * L'indicazione di uno spazio concreto (l'area limitata della siepe) e di uno specifico, personale (consuetudine).* Il processo di astrazione, visione mentale dello spazio.* Il passaggio dall'immagine aspaziale a quella temporale. Contrapposizione fra spazio concreto e tempo.* Lo smarrimento genera piacere. Il critico Lotman, pone la contrapposizione tra: Spazio interno: spazio chiuso, rotondità della collina che lo delimita. Spazio esterno: sovrumano, immobile, mondo dei pensieri, mondo della morte, l'eternità
mercoledì 30 dicembre 2009
Natale
Si avvicina il Natale, nell'aria si respira un profumo di gioia e di amore. Se ti guardi intorno non vedrai che serenità!
Ma...cosa succede? Là in quel piccolo paese non c'è gioia! C'è solo dolore, gente che soffre, gente che muore...
E là? Guarda là! C'è solo indifferenza, in quel paese alle persone non importa nulla del Natale! Troppa gente soffre, troppa gente non sa!
E' Natale, cerca anche tu di portare pace e amore... ...dove c'è guerra e odio.
Lucia Porfiri
Lo zampognaro
Se comandasse lo zampognaro Che scende per il viale, sai che cosa direbbe il giorno di Natale?
"Voglio che in ogni casa spunti dal pavimento un albero fiorito di stelle d'oro e d'argento".
Se comandasse il passero Che sulla neve zampetta, sai che cosa direbbe con la voce che cinguetta? "Voglio che i bimbi trovino, quando il lume sarà acceso tutti i doni sognati più uno, per buon peso".
Se comandasse il pastore Del presepe di cartone Sai che legge farebbe Firmandola col lungo bastone?
" Voglio che oggi non pianga nel mondo un solo bambino, che abbiano lo stesso sorriso il bianco, il moro, il giallino".
Sapete che cosa vi dico Io che non comando niente? Tutte queste belle cose Accadranno facilmente;
se ci diamo la mano i miracoli si faranno e il giorno di Natale durerà tutto l'anno
Gianni Rodari
Gesù Bambino è nato
Gesù bambino è nato, gli angeli dal cielo l'han portato nella povera capanna tra le braccia della mamma. Bello, biondo e ricciolino, benedice ogni bambino, ed ascolta con amore la preghiera del suo cuore.
Pensiamo al Natale
Pensiamo al Natale e ne discutiamo, abbiam fatto l'albero e pure il presepe, parliamo di doni e di dove andiamo, se nel timballo ci va o no il pepe.
Ma vi prego fermiamoci solo un momento e attenti osserviamo la capannella, cambiamo pensiero e con struggimento concentriamoci ora sulla buona novella.
Quel piccolino sulla paglia adagiato che tanti han visitato con devozione, merita certo la nostra attenzione.
Pacchi, pacchetti, un pranzo regale, nemmeno il tempo di una preghiera, ecco che cosa è diventato il Natale : abbiamo smarrito la strada più vera.
Quest'anno facciamo qualcosa di nuovo, preghiamo per i paesi distrutti da guerre, pei bimbi che non mangiano neppure un uovo perché possano vivere in fertili terre. Priviamoci appena di una fettina di ciò che abbiamo e doniamola loro,
Gesù Bambino già domani mattina ci riempirà il cuore con un grande tesoro.
Le ciaramelle
Udii tra il sonno le ciaramelle, ho udito un suono di ninne nanne. Ci sono in cielo tutte le stelle, ci sono i lumi nelle capanne.
Sono venute dai monti oscuri le ciaramelle senza dir niente; hanno destata ne' suoi tuguri tutta la buona povera gente.
Ognuno è sorto dal suo giaciglio; accende il lume sotto la trave; sanno quei lumi d'ombra e sbadiglio, di cauti passi, di voce grave.
Le pie lucerne brillano intorno, là nella casa, qua su la siepe: sembra la terra, prima di giorno, un piccoletto grande presepe.
Nel cielo azzurro tutte le stelle paion restare come in attesa; ed ecco alzare le ciaramelle il loro dolce suono di chiesa;
suono di chiesa, suono di chiostro, suono di casa, suono di culla, suono di mamma, suono del nostro dolce e passato pianger di nulla.
O ciaramelle degli anni primi, d'avanti il giorno, d'avanti il vero, or che le stelle son là sublimi, conscie del nostro breve mistero;
che non ancora si pensa al pane, che non ancora s'accende il fuoco; prima del grido delle campane fateci dunque piangere un poco.
Non più di nulla, sì di qualcosa, di tante cose! Ma il cuor lo vuole, quel pianto grande che poi riposa, quel gran dolore che poi non duole;
sopra le nuove pene sue vere vuol quei singulti senza ragione: sul suo martòro, sul suo piacere, vuol quelle antiche lagrime buone!
Giovanni Pascoli
Caro Babbo Natale
Caro Babbo Natale Sto qui ad aspettarti alla luce flebile e tremolante di una candela, nel chiarore soffuso di una luce irreale. Sono qui, idealmente unita con tutte le mamme del mondo in una sola preghiera. Fa' che la nostra voce arrivi nel cuore di chi può decidere la pace nel mondo. Fa' che le mani dei potenti della terra non si sollevino per brandire le armi, ma per salutare la pace… Non permettere che un solo bambino pianga. Non permettere che un solo bambino venga privato dei suoi affetti più cari. Fa' che tutti i bambini sorridano tra le braccia sicure di chi li ha voluti nel mondo. Caro Babbo Natale, volevamo dirti che i nostri figli sono nati per camminare felici nel prato fiorito della vita; che non sono stati desiderati per mettere fine alla vita dei loro fratelli di un diverso colore, ma per amarli di un tenero amore. Caro Babbo Natale, questa preghiera ci basterà per sperare. Ricordi come ti aspettavamo con trepidazione quando eravamo bambine? Non ci hai deluso mai… La tua magia è ancora viva in noi che crediamo in te… Compi ancora questo miracolo d'amore, portaci in dono tanta serenità, metti nel cuore dei potenti saggezza e lealtà, affinché la pace torni a regnare nel mondo. Vedrai correre tanti bimbi felici in quel prato… La tua favola antica continuerà…
Luce Pace Amore,
La pace guardò in basso e vide la guerra, "Là voglio andare" disse la pace.
L'amore guardò in basso e vide l'odio, "Là voglio andare" disse l'amore.
La luce guardò in basso e vide il buio, "Là voglio andare" disse la luce.
Così apparve la luce e risplendette. Così apparve la pace e offrì riposo. Così apparve l'amore e portò vita.
E' Natale !
E' Natale ogni volta che sorridi a un fratello e gli tendi la mano. E' Natale ogni volta che rimani in silenzio per ascoltare l'altro. E' Natale ogni volta che non accetti quei principi che relegano gli oppressi ai margini della società. E' Natale ogni volta che speri con quelli che disperano nella povertà fisica e spirituale. E' Natale ogni volta che riconosci con umiltà i tuoi limiti e la tua debolezza. E' Natale ogni volta che permetti al Signore di rinascere per donarlo agli altri.
Madre Teresa di Calcutta
A Gesù Bambino
La notte è scesa e brilla la cometa che ha segnato il cammino. Sono davanti a Te, Santo Bambino! Tu, Re dell’universo, ci hai insegnato che tutte le creature sono uguali, che le distingue solo la bontà, tesoro immenso, dato al povero e al ricco. Gesù, fa’ ch’io sia buono, che in cuore non abbia che dolcezza. Fa’ che il tuo dono s’accresca in me ogni giorno e intorno lo diffonda, nel Tuo nome.
U. Saba
Notte Santa
Consolati, Maria, del tuo pellegrinare! Siam giunti. Ecco Betlemme ornata di trofei. Presso quell'osteria potremo riposare, ché troppo stanco sono e troppo stanca sei.
Il campanile scocca lentamente le sei.
- Avete un po' di posto, o voi del Caval Grigio? Un po' di posto per me e per Giuseppe? - Signori, ce ne duole: è notte di prodigio; son troppi i forestieri; le stanze ho piene zeppe
Il campanile scocca lentamente le sette.
- Oste del Moro, avete un rifugio per noi? Mia moglie più non regge ed io son così rotto! - Tutto l'albergo ho pieno, soppalchi e ballatoi: Tentate al Cervo Bianco, quell'osteria più sotto.
Il campanile scocca lentamente le otto.
- O voi del Cervo Bianco, un sottoscala almeno avete per dormire? Non ci mandate altrove! - S'attende la cometa. Tutto l'albergo ho pieno d'astronomi e di dotti, qui giunti d'ogni dove.
Il campanile scocca lentamente le nove.
- Ostessa dei Tre Merli, pietà d'una sorella! Pensate in quale stato e quanta strada feci! - Ma fin sui tetti ho gente: attendono la stella. Son negromanti, magi persiani, egizi, greci...
Il campanile scocca lentamente le dieci.
- Oste di Cesarea... - Un vecchio falegname? Albergarlo? Sua moglie? Albergarli per niente? L'albergo è tutto pieno di cavalieri e dame non amo la miscela dell'alta e bassa gente.
Il campanile scocca le undici lentamente.
La neve! - ecco una stalla! - Avrà posto per due? - Che freddo! - Siamo a sosta - Ma quanta neve, quanta! Un po' ci scalderanno quell'asino e quel bue... Maria già trascolora, divinamente affranta...
Il campanile scocca La Mezzanotte Santa.
È nato! Alleluja! Alleluja!
È nato il Sovrano Bambino. La notte, che già fu sì buia, risplende d'un astro divino. Orsù, cornamuse, più gaje suonate; squillate, campane! Venite, pastori e massaie, o genti vicine e lontane!
Non sete, non molli tappeti, ma, come nei libri hanno detto da quattro mill'anni i Profeti, un poco di paglia ha per letto. Per quattro mill'anni s'attese quest'ora su tutte le ore. È nato! È nato il Signore! È nato nel nostro paese! Risplende d'un astro divino La notte che già fu sì buia. È nato il Sovrano Bambino.
È nato! Alleluja! Alleluja!
G. Gozzano
Natale
Non ho voglia di tuffarmi in un gomitolo di strade
Ho tanta stanchezza sulle spalle
Lasciatemi così come una cosa posata in un angolo e dimenticata
Qui non si sente altro che il caldo buono
Sto con le quattro capriole di fumo del focolare
G. Ungaretti
Il presepe
Natale. Guardo il presepe scolpito dove sono i pastori appena giunti alla povera stalla di Betlemme.
Anche i Re Magi nelle lunghe vesti salutano il potente Re del mondo.
Pace nella finzione e nel silenzio delle figure in legno ed ecco i vecchi del villaggio e la stalla che risplende e l'asinello di colore azzurro.
S. Quasimodo
I Tre Santi Magi
I tre santi Re Magi dall'Oriente chiedono in ogni piccola città: «Cari ragazzi e giovinette, dite, la strada per Betlemme è per di qua?»
Né i giovani né i vecchi non lo sanno e i tre Re Magi sempre avanti vanno; ma una cometa d'oro li conduce che lassù chiara e amabile riluce.
La stella sulla casa di Giuseppe ecco s'arresta: là devono entrare. Il bovetto muggisce, il bimbo strilla, e i tre Re Magi prendono a cantare.
Heinrich Heine
Natale
Alta è la notte, scendono in candida legione dal firmamento gli angeli recinti di splendor. Pace alla gente buona: è nato il Redentor.
Fiocca la neve: déstansi in mezzo all'ombra e al gelo e alle melòdi angeliche rispondono i pastor: Sia gloria a Dio del cielo: è nato il Redentor!
Un tintinnio di giubilo da mille torri suona: s'allargano le tenebre, Spuntan dai tronchi i fior. Pace alla terra buona: è nato il Redentor.
Nell'umile presepio, o Dio, invan ti Celi; a offrire i re già vengono mirra, profumi ed òr. Gloria sia a Dio nei cieli: è nato il Redentor.
Enrico Panzacchi
Il vecchio Natale
Mentre la neve fa, sopra la siepe, un bel merletto e la campana suona, Natale bussa a tutti gli usci e dona ad ogni bimbo un piccolo presepe.
Ed alle buone mamme reca i forti virgulti che orneran furtivamente d'ogni piccola cosa rilucente: ninnoli, nastri, sfere, ceri attorti...
A tutti il vecchio dalla barba bianca porta qualcosa, qualche bella cosa. e cammina e cammina senza posa e cammina e cammina e non si stanca.
E, dopo avere tanto camminato nel giorno bianco e nella notte azzurra, conta le dodici ore che sussurra la mezzanotte e dice al mondo: È nato!
M. Moretti
La buona novella
Ascoltate la novella che portiamo a tutto il mondo: è di tutte la più bella, è fiorita dal profondo. Nella stalla, ecco, ora è nato un dolcissimo bambino. La Madonna l'ha posato sulla paglia: poverino! Ma dal misero giaciglio già la luce si diffonde, già sorride il divin Figlio ed il cielo gli risponde. Quel sorriso benedetto porti gioia ad ogni tetto!
Far scrivere poesie ai ragazzi può sembrare, in questi tempi scolastici mediamente impoetici, un passatempo desueto, un lusso superfluo, un'attività comunque marginale rispetto alle tante più urgenti necessità; al contrario, il principale motivo che ci spinge a introdurre nella didattica la scrittura di testi poetici è che, per arrivare a scrivere poesie, è necessario prima leggerle.
Spostare, modificare, manovrare parole, piace ed interessa alla maggior parte dei ragazzi - anche a quelli con gli strumenti più modesti - che ritrovano nel gioco libero e creativo con le parole il gusto infantile dell'esplorazione verbale; la proposta di laboratorio di scrittura permette così di accostarsi al testo poetico non come ad un oggetto alto e intoccabile, ma come ad una realtà su cui agire e con cui interagire. Chi legge per rielaborare, è indotto a compiere un percorso di senso, ad animare le parole per cercare di capire quale vitalità esse conservino per lui; la lettura diventa ascolto di voci, simili o diverse dalle proprie; ricerca di identità e tentativodi differenziarsi. E' il primo passo di una ri-creazione ed è già comunque autentica comprensione; poi il ragazzo può continuare ad attingere dal testo di partenza o può percorrere una sua strada personale, scegliendo da una tavolozza già sperimentata i colori, le sfumature che più gli si intonano. Se è importante spiccare il volo, non meno importante è però ritornare a terra: ciascun ragazzo verrà condotto dal gruppo-classe, dall'insegnante, da lui stesso a confrontarsi non solo con la soggettività, ma anche con l'oggettività del testo, coni vincoli delle sue regole interne. Ogni vera operazione di scrittura fa nascere difatti l'esigenza di una riflessione su di essa, ed è qui che matura l'apprendimento fondamentale: scrivere significa riscrivere, imparare a misurare, pesare, trasformare le parole. L'osservazione di Antonio Porta "ad insegnare la poesia sono le poesie" risulta contemporaneamente un essenziale presupposto metodologico ed un obiettivo finale.Non si può scrivere se non si parte da un'esperienza di lettura: ma una lettura non canonica, che dia al ragazzo la libertà di intervenire sulla parola altrui, pensata e cercata per riconoscervi la propria più originale voce.La scrittura di poesie acquista così il valore essenziale di ascolto degli altri e di sé stesso, ritrovamento di una parola nuova e diversa che chi scrive non sapeva di possedere. Certo, scorrendo i versi composti dai ragazzi, sarà difficile imbattersi nella "grande" poesia; ma di essa possono ritrovarsi gli echi autentici, l'impronta suggestiva, il desiderio sincero. dal sito "poesia per ragazzi"
La poesia ha il dono della catarsi, della purificazione dalle scorie della materia, ha il fascio delle sublimazione e delle universalità, anche la poesia più intimista perché quel sentimento elevato ad archetipo appartiene al mondo intero “ So di non sapere “ ammoniva Socrate e ne “ I dialoghi “ di Platone il filosofo greco andava alla ricerca della bellezza e della verità e tutti i dialoghi sono poesia che pochi leggono.
La genesi della poesia nasce dall’osservazione, dal dolore, dalla gioia, della felicità, dall’odio, dalla satira, dall’amore, dalla meditazione come il Leopardi, cosi la commedia come la tragedia.
Sono stati d’animo che ogni uomo possiede, li trova codificati nel poeta, l’uomo trova se stesso, il suo microcosmo, il suo essere al mondo, la sua solitudine, la sua trascendenza
La poesia è uno scavo interiore e si serve anche della parole più semplici, ma appropriate, è lo specchio della spiritualità interiore, la voce silenziosa che eleva l’uomo e lo conduce in paradisi incantati dove è bello restare soli.
GIosuè Carducci
San Martino
La nebbia a gl'irti colli
Piovigginando sale,
E sotto il maestrale
Urla e biancheggia il mar;
Ma per le vie del borgo
Dal ribollir de' tini
Va l'aspro odor de i vini
L'anime a rallegrar.
Gira su' ceppi accesi
Lo spiedo scoppiettando:
Sta il cacciator fischiando
Su l'uscio a rimirar
Tra le rossastre nubi
Stormi d'uccelli neri,
Com'esuli pensieri,
Nel vespero migrar.
La poesia
P piccola O oasi E esistenziale S stupendo I infinito A allegorico
POESIE DI BAMBINI
Tra sole e mare
La poesia trasversale alle discipline
MATEMATICA E POESIA
Matematica e Poesia sono sempre state considerate inconciliabili: dove c'è l'una non può esserci l'altra. La matematica è stata sempre ritenuta come l'espressione più elevata del pensiero scientifico, la poesia la più alta espressione dello spirito. Il contrasto esistente tra Matematica e Poesia potrebbe essere enunciato con un proverbio:
Tra matematica e poesia alcun connubio sia
Ragione e sentimento non sono però da considerare del tutto antitetici, come non dovrebbero esserlo anche la matematica con la poesia.
Si rimane perciò piacevolmente sorpresi leggendo quattro delle poesie contenute nella raccolta "Gocce di Luce" del poeta siciliano Salvatore Leo, nelle quali M.C.D. e m.c.m. sono associati a manifestazioni d'amore, e i punti di congiunzione tra figure geometriche sono associati a coniugazioni sentimentali. Leggendole, si rimane piacevolmente divertiti e con un tenero stupore.
TU
Tu sei per me
come il massimo comune divisore
entri
in tutti i miei pensieri
e
come il minimo comune multiplo
li contieni.
IO E TE
Io e tu:
i lati di un triangolo isoscele
uguali,
lontani alla base
e vicini al vertice.
Io e tu:
un paradosso.
Così è l'amore.
TIMIDEZZA
Nel quadrato di un binomio
mi trovo prigioniero
chi mi libererà dalla parentesi?
Tu amore mio
sei brava in matematica
risolvi la questione
perché io ho un difetto:
difetto di "espressione".
DELUSIONE
Dalla cima di un triangolo scaleno
guardo giù e non ci sei
guardo e guardo ancora e non ci sei
ti cerco lungo i lati
e non ci sei
che delusione!
Amore virtuale
il nostro è sempre stato
un amore in senso lato.
Versi bagnati
Metafora
Come il velo di Maya
Metafora poetica
Mi cullo sulla luna dolcemente in compagnia delle tenebre
Lo studio è fondamentale per creare un testo poetico
Senza studio e fatica intellettiva nasce ben poco come pochi sono i grandi autodidatti della storia ,i romanzi pubblicati postumi e rimasti nel cassetto per una vita. Casi, eccezioni alla regola, E’ la modestia che spesso manca ed è questa la molla propulsiva che dovrebbe spingere il neofita a porsi la domanda : quanti e chi ha scritto prima di me poesie e come è lo stile, il ritmo, la bellezza, che ha espresso. Questa umiltà conduce alla ricerca ed allo studio in qualsiasi campo del sapere, conoscere quanti ci hanno preceduto, le loro opere, le analisi, la critica dei veri studiosi e letterati. All’uopo vogliamo solo segnalare i poeti che costituiscono il tessuto dell’Ottocento e del nostro Novecento e non per vanagloria di sapere come dato razionale e di informazione: Dante, Amado Jorge, Asturisas Miguel Angel, Baudelaire Charles, Dario Bellezza, Attilio Bertolucci, Carlo Batocchi, Vittorio Bodini, Giuseppe Bufera, Italo Calvino, Dino Campana, Giorgio Caproni, Raffaele Carrieri, Sergio Corazzini, Gabriele D’Annunzio, Fabrizio De Andrè, Alfonso Gatto, Primo Levi, Eugenio Montale, C. G. Gozzano, Aldo Palazzeschi, Giovanni Pascoli, Cesare Pavese, Sandro Penna, Salvatore Quasimodo ,Giovanni Roboni, Camillo Sbarbaro, Rocco Scotellaro, Giovanni Testori, Trilussa, Davide Maria Turoldo, Giuseppe Ungaretti, Andrea Zanzotto, Ugo Foscolo, Giacomo Leopardi, Luigi Pirandello, Ludovico Ariosto, Giosuè Carducci ecc. ecc… Non si possono ignorare i nostri padri della letteratura, quanto meno possedere l’inclinazione a leggere alcune pagine dei grandi, insomma come se si volessie fare il falegname senza gli attrezzi di lavoro e ed essere andati in bottega ad imparare il mestiere.
Lo hanno fatto Michelangelo, Leonardo ed altri ancora.
Prima di tutto scrivere un rigo sotto l’altro delle proposizioni non vuol dire fare poesia in quanto fondamentale è il ritmo. Il verso è una unità principale, anche perché deve essere musicale ,come del resto lo era la poesia dei greci alla genesi in sintonia con la musica, si pensi alla lira di Nerone. In ogni verso il ritmo della lettura è dato dagli accenti detti ritmici che possono essere ipermetri ed ipometri. Occorre lo studio della metrica che è la grammatica descrittiva della poesia. La metrica di un endecasillabo è la descrizione del ritmo che hanno adottato dagli albori ai nostri giorni. tutti i grandi poeti. Non è che il poeta debba contare le sillabe sulla punta delle dita, ma deve sapere la metrica quantitativa e accentuativa che si basa si accenti tonici ed atoni, In ogni verso il ritmo è dato dagli accenti più forti. Uno deve conoscere quali sono i versi tradizionali italiani : il binario, il trisillabo, il quaternario, il quinario, il senario, il settenario, l’ottonario, il novenario, il decasillabo, l’endecasillabo. Vi sono le odi anacreontiche come “ Pianto antico “ del Carducci. In merito si dia almeno un’occhiata ai critici che hanno parlato di metrica come :Beltrami, Fubini, Menichetti, Antenore, Santagata Il ritmo è una cadenza musicale da cui deriva l’armonia della poetica. Gli accenti ritmici sono fondamentali e cadono sulle sillabe toniche, accentuate ed i ritmi sono diversi Segnaliamo degli esempi concreti. “ Lenta la neve fiocca, fiocca, fiocca /senti : una zana dondola pian piano “ ecc ecc: ( G. Pascoli . Orfano ), è un ritmo lento come una nenia “ Scatta un comando / un fischio di rimando / querulo, acuto , lungo, fora l’aria “ ( Parte il treno G.A: Cesareo, trattasi di un ritmo veloce e martellante “ E ripensò le mobili / tende, e i percossi valli ecc: “ Il cinque maggio “ A: Manzoni. Ritmo incalante. “ Nascondi le cose lontane / tu nebbia impalpabile e scialba “ ( La nebbia. Giovanni Pascoli. ) ritmo cantilenante. “ Quant’è bella giovinezza / che si fugge tuttavia /chi vuol essere lieto sia /di doman non c’è certezza ecc. ( Canzona di Bacco Lorenzo Il Magnifico ), ritmo danzante. “ Vaghe stelle dell’Orsa, io non credea /tornare ancor per uso a contemplarvi “ ecc. ecc: ( Giacomo Leopardi. Le ricordanze ), trattasi di ritmo calmo e meditativo “ O che tra faggi e abeti erma sui campi / smeraldini la fredda orma si stampi ecc. ecc (. Il Comune rustico. Giosuè Carducci. ) ritmo solenne. “ Sui campi di Marengo batte la luna, fosco /tra la Bormida e il Tanaro s’agita e mugge un bosco “ ecc. ecc. ( Si campi di Marengo : G: Carducci / “ Odi ? La pioggia che cade /su la solitaria / verdura / con un crepitio che dura / e varia nell’aria / secondo le fronde / più rade men rade ecc. ecc. “ ( La pioggia nel pineto. G. D’Annunzio ) Ritmo musicale. “ Come questa pietra /del S. Michele/ cosi fredda / cosi dura / cosi prosciugata /cosi refrattaria /cosi totalmente / disanimata ecc ecc. ( Sono una creatura. G. Ungaretti )
L’ispirazione non è che debba essere incastrata in una camicia di Nesso con la metrica che resta sempre una grammatica descrittiva, ma da sola non basta se non si hanno gli strumenti, se non viene coltivato il terreno, se manca, il sole, l’aria, la luce come per la policromia dei colori della natura davanti alla quale noi restiamo incantati e diciamo : quanto è bello !